|
Due sono le ipotesi principali sull’origine del francoprovenzale: una definita “burgundica”e l’altra che identifica nei patois valligiani una forma arcaica di Francese.
Nel V e VI secolo tribù germaniche invadono i confini dell’impero romano travolgendo tutto e tutti. I Burgundi sono una di queste tribù. Si stabiliscono nella Gallia nord-orientale e fondano un loro regno che durerà fino al VIII secolo. L’area nella quale si parla a nësta mòdda corrisponde all’incirca con i confini di questo loro dominio. La lingua di questa popolo è una lingua di ceppo germanico che viene però ben presto abbandonata, ma che in ogni caso influenza le parlate delle zone sottoposte alla loro giurisdizione. A sostegno di questa prima teoria si segnala la moltitudine di toponimi dell’area patoissant che terminano con la desinenza ans, che in origine sarebbe stata ingas. Sempre nello stesso periodo, ma più a nord si stanzia un’altra popolazione germanica, i Franchi. Anche la loro lingua d’origine si mescola con il latino locale, creando la lingua d’oil, ossia il francese odierno. La seconda teoria riconosce nel francoprovenzale un francese arcaico che smette di fare proprie le novità linguistiche introdotte dal centro politico e cultural - religioso di Parigi, forse per il sorgere di un altro punto di riferimento, Lione. A sostegno di ciò, proprio nelle valli di Lanzo, nelle coniugazioni verbali e nella forma plurale permane la s nella pronuncia. Nel francese moderno tale desinenza si scrive ma non è più riprodotta verbalmente, ma proprio il permanere nella forma scritta indica il suo passato uso nel parlato. Argomenti validi appartengono ad entrambi gli approcci teorici, ed è probabile che la “verità” sia nel mezzo. Vero è che le parlate francoprovenzali, si trovano nei pressi dei maggiori crocevia delle alpi occidentali, e proprio questa prossimità ad importanti vie di comunicazione fa del patois una lingua della strada. Ciò potrebbe così spiegare la mancata costruzione di una forma unitaria a scapito delle molteplici varianti locali. D’an te i rìvëti sìta lénga? |